Serve un argine al numero degli avvocati. Ecco l’idea (non nuova) del prorettore della Luiss

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team-spirit-207319_640Roberto Pessi è prorettore della Luiss e ordinario di diritto del lavoro. Nella ormai annosa discussione sul numero degli avvocati, che a quanto pare risulta eccessivo nonostante sia allineato alla media europea, propone la sua idea, che in un certo senso potrebbe anche avere una sua ragionevolezza: numero chiuso in giurisprudenza, tenendo conto di quanti avvocati vanno in pensione per valutare e regolare il flusso rendendolo standard.

Secondo Pessi, la concorrenza nel settore legale è cresciuta in modo esponenziale e i piccoli studi fanno fatica a sopravvivere, seppure la litigiosità italiana non sia affatto calata. Ciò comporta compensi più bassi e parecchia disoccupazione (come peraltro suggeriscono le statistiche). Dunque, secondo il prorettore è necessario parametrare le iscrizioni all’albo ai pensionamenti, filtrando inoltre l’accesso alla professione con il numero chiuso in giurisprudenza.

Un’idea, ammettiamolo, non proprio nuova, che ogni tanto viene riproposta, non trovando però credito nelle istituzioni forensi e nel legislatore, che preferisce semmai arginare il numero dei legali, attraverso i cosiddetti strumenti reddittuali. In particolare, incrementando i costi della professione (e dunque tagliando fuori coloro che non riescono a reggerli) e parametrando l’effettivo esercizio della stessa al rispetto dei requisiti di continuità ed effettività, i quali sono più o meno indirettamente riferibili al reddito del professionista.

L’analisi del prorettore non lascia scampo.Come in tutte le professioni, è un problema di numeri” sostiene. “Quando l’offerta è superiore alla domanda, è chiaro che si crea una situazione di debolezza negoziale, concorrenza accentuata, ribasso del valore della prestazione e potenzialmente molta disoccupazione e nuove povertà“.

Ecco dunque la soluzione: imporre “il numero chiuso a giurisprudenza” e parametrare le iscrizioni all’albo al numero di avvocati che vanno in pensione. “E’ evidente che non possiamo impedire al cittadino di scegliere l’avvocato, ma il rapporto numerico va regolato in basse al tasso di contenzioso che consenta la convivenza tra una dignitosa professione, una giusta concorrenza e la garanzia di un’equa tutela legale“.

L’idea del prorettore è – come ho detto – più che condivisibile, a patto che si cancellino le norme sulla continuità e l’effettività dell’esercizio della professione e si modifichi la legislazione sulla previdenza forense, eliminando il minimo contributivo obbligatorio. Soprattutto, però, si stabilisca una volta per tutte, il divieto per l’avvocato che decide di andare in pensione di continuare a esercitare, altrimenti sarebbe l’ennesima riforma gattopardesca, fatta per non cambiare niente.

Fonte: Agi

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