Se il giudice rinvia la causa al 2019 per il troppo lavoro

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800px-Fondos_archivoRedigere sentenze non è un lavoro facile se fatto bene. Non ci si può alzare la mattina e scrivere senza neanche aver aperto il fascicolo. E certamente esistono dei limiti oltre i quali la quantità (e dunque la produttività secca) va a detrimento della qualità che viene richiesta soprattutto in quegli atti nei quali si decide del diritto e spesso della libertà del cittadino. E poi ci sono i confini dell’umanamente accettabile: scrivere 160 sentenze all’anno è sicuramente un buon risultato. Scriverne di più è da fenomeni. Scriverne ancora di più è impossibile.

Così ecco che il magistrato rinvia una causa civile al 2019, ritenendo di non poter far altro che fissare a quella data, poiché prima deve smaltire le cause più vetuste, cioè quelle risalenti nel tempo. E non è possibile per lui andare oltre quel centinaio di sentenze all’anno, anche perché poi c’è il resto dell’attività giurisdizionale: udienze, collegio, monocratico, attività varie, e naturalmente la vita privata.

In un certo senso come dargli torto? La giustizia italiana non può certo essere considerata il fiore all’occhiello del nostro paese, e il processo civile è sicuramente farraginoso, lungo, complesso ed eccessivamente formale (e l’introduzione del pct lo ha persino aggravato). Senza contare l’alto livello di litigiosità degli italiani, che hanno parecchie difficoltà a transare e mettersi d’accordo prima di interpellare un giudice.

Eppure, nonostante queste comprensibili ragioni, la “lamentela” del magistrato non riesce a inspirarmi piena solidarietà, se ripenso alle tutele e i privilegi (anche lavoristici e di orario) di cui gode la figura del magistrato italiano, praticamente una funzione a cui è riconosciuta (costituzionalmente) la libertà e l’indipendenza propria del libero professionista, senza patirne però gli oneri e i rischi, anche economici e di responsabilità.

Quel che è certo, è che il fenomeno dei lunghi rinvii, per quanto possa essere giustificato dall’intasamento della giustizia italiana, non può e non deve essere attribuitocome più volte è stato detto in passatoal numero (eccessivo) degli avvocati italiani. I quali, onestamente, fanno sempre di tutto per evitare il ricorso al giudice, là dove ciò sia naturalmente possibile.

Dunque le responsabilità devono essere inevitabilmente attribuite alla nostra classe politica, che pretende di garantire il buon andamento della giustizia senza assegnare risorse anche umane al settore, ovvero (e anche) predisponendo meccanismi processuali tra i più contorti e cavillosi d’Europa. Poi, certo, può starci anche la scarsa produttività di alcuni magistrati (poco o nulla sorvegliati nel corretto svolgimento del loro lavoro) o l’estrema litigiosità dei cittadini italiani, ma è chiaro che l’epicentro della malagiustizia è primariamente la politica italiana. E hai voglia di inventarti istituti come la negoziazione assistita e la mediazione, che per quanto possano essere utili (il che è ancora tutto da dimostrare), non risolvono affatto il problema, che è prima strutturale e poi culturale.

© Foto: “Fondos archivo” by Archivo-FSP – Own work. Licensed under CC BY-SA 3.0 via Commons – Commons Wikimedia.org
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