Se diventare cassazionisti è ormai un’opportunità per pochi

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cassazioneRestringere i margini di manovra e crescita professionale per gli avvocati. Sembra essere questo l’obiettivo primario delle tanto evocate riforme della professione forense che si sono avvicendate in questi anni. Così, se da una parte si tenta di liberalizzare e commercializzare la prestazione professionale dell’avvocato, rendendola figlia legittima delle logiche del mercato, dall’altra si restringono gli ambiti di crescita e realizzazione professionale dell’avvocato.

Ma del resto, questi due aspetti, apparentemente contraddittori, sono facce della stessa medaglia: chi lavora di più, cresce, oppure cresce chi è fortunato a lavorare in un grosso studio legale che dia le giuste opportunità. Chi lavora di meno o lavora in provincia, per conto suo, è destinato a non crescere, e dunque ineluttabilmente a soccombere sotto il peso immane dei costi professionali.

Ed è su questo solco che è nata la riforma di iscrizione all’albo dei cassazionisti. Prima – sappiamo – erano sufficienti 12 anni di professione per poter accedere di diritto all’albo ed esservi iscritti. L’avvocato così diventava realmente indipendente, non dovendo più chiedere al collega cassazionista di presentargli i ricorsi in cassazione per i propri clienti, con tutte le ovvie conseguenze che possiamo ben immaginare. Oggi, con la riforma, si è di fatto consolidata e resa quasi permanente questa costrizione, diventando quasi del tutto impossibile accedere all’albo, anche dopo vent’anni di professione, se non si possiedono i requisiti richiesti dall’attuale legge professionale, tra i quali spiccano i 10 giudizi innanzi alla corte d’appello civile o i 20 giudizi innanzi alla corte d’appello penale negli ultimi quattro anni.

In un contesto professionale e giudiziario come quello attuale, fatto di depenalizzazioni, patteggiamenti, accordi stragiudiziali che escludono qualsiasi gravame, è indubbio che tale numero appare un’enormità, salvo che per quei grandi studi legali che macinano centinaia di pratiche al mese. Per il piccolo avvocato di provincia che quasi mai va oltre la sentenza di primo grado, perché spesso egli si prodiga in un’estenuante trattativa stragiudiziale con la controparte o perché il reato merita di essere patteggiato, l’albo dei cassazionisti rimane un obiettivo difficilmente raggiungibile. Così in quelle rare volte che egli deve farsi carico di un ricorso in cassazione, è costretto a dire al proprio cliente di rivolgersi al collega che quei ricorsi può fare.

Ma del resto, questa è il concetto di concorrenza professionale introdotto con le ultime riforme della professione. Escludere dal “mercato”, per legge, i professionisti con meno opportunità, giustificando questa esclusione con una maggiore professionalità che deve possedere l’avvocato cassazionista rispetto ai colleghi non iscritti all’albo degli abilitati al patrocinio innanzi le giurisdizioni superiori. Ed è lo stesso concetto – ricordo – che ha indotto il legislatore a introdurre le specializzazioni e le contestate regole sulla continuità professionale.

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