PCT. Perché un fermo no alle copie di cortesia e ai protocolli che le prevedono

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document-428332_640E’ ormai notoria la sentenza del Tribunale di Milano che ha condannato un opponente in una procedura fallimentare al pagamento di € 5000,00 per violazione dell’art. 96, comma 3, c.p.c. perché non aveva depositato – in ossequio al protocollo d’intesa firmato – le cosiddette “copie di cortesia” dell’atto, aggravando – così sostiene il Tribunale – l’esame degli atti. Così come è noto il mezzo passo indietro del Tribunale, che ha accolto la rinuncia del fallimento ad avvalersi del capo della sentenza relativa alla condanna di cui sopra, anche in ragione dell’incerto esito in sede di impugnazione (ma invero certissimo) del capo medesimo.

Quello che qui mi preme focalizzare, è l’inopportunità di stipulare protocolli d’intesa con i quali ci si accorda per fornire le copie di cortesia, soprattutto oggi che il processo italiano vive il travagliato passaggio dal cartaceo al digitale. E’ del tutto illogico, infatti, che un avvocato non solo debba spendere tempo e denaro per apprendere le tecniche predisposte dal legislatore per comporre e inviare un atto processuale per via telematica (tecniche affatto non semplici, ridondanti, eccessivamente complesse e ossessivamente finalizzate a impedire chissà quali falsificazioni), e poi – parimenti – dover pure fornire le copie cartacee di quanto si invia telematicamente. E’ francamente troppo!

Il processo civile telematico è nato per soddisfare tutta una serie di esigenze, tra le quali: abbattere il cartaceo, abbattere il sovraffollamento delle cancellerie, rendere le procedure più spedite e sicure. Nel momento in cui una cancelleria, e segnatamente il giudice, anche sulla base di un accordo, pretenda sanzionando anche le copie cartacee (che invero sono una cortesia), vengono vanificati tutti questi obiettivi, perché l’avvocato oltre a spedire l’atto per via telematica, deve comunque stampare il documento, firmarlo e poi spostarsi fisicamente per recarsi in tribunale onde depositare le copie cartacee, sul quale giocoforza dovrà poi farsi mettere il depositato.

Senza contare l’aggravamento dei costi a carico dello studio legale e il rischio di improprie responsabilità in caso di “dimenticanza”, come nella condanna oggetto del commento, che – per la sua palese abnormità – indurrebbe molti colleghi a impugnare davanti alla Corte di Cassazione. E sarebbe anche giusto farlo, perché non è accettabile che un tribunale condanni una parte al pagamento di una somma di denaro piuttosto ingente per un compito che in realtà non spetta all’avvocato, ma alle cancellerie, seppure sia presente – lo ripeto – un protocollo. Del resto, nella nostra qualità di cittadini paghiamo fior fior di quattrini per mantenere l’apparato burocratico della giustizia. Non vedo perché, come cittadini dobbiamo pure fornire le copie cartacee degli atti che lo Stato oggi ci obbliga a depositare per via telematica.

Collaborazione e lealtà con gli operatori giudiziari sempre. Il servilismo, per favore, no. Perché è questo l’atteggiamento che ha decretato, oggigiorno, la decadenza della categoria, sempre più oggetto di provvedimenti abnormi, improponibili e lesivi della sua dignità, della sua indipendenza e del suo decoro. Non è certo il numero dei legali che danneggia la professione, ma sono quei protocolli, quegli accordi, quelle norme che trasferiscono impropriamente o hanno trasferito impropriamente sugli avvocati costi e responsabilità che non dovrebbero avere.

Ecco perché bisogna dire un fermo no alle copie di cortesia e ai protocolli che le prevedono. Il legislatore ha voluto imporci (forse a ragione) il processo telematico? Ebbene, che si passi davvero al telematico. Ciò che l’avvocato spedisce con un click, il cancellerie e il giudice possono stamparlo con un click. La carta e il toner li metta il ministero. Paghiamo fior fior di tasse per ottenere un servizio. Non sia l’avvocato a doversi sostituire nell’erogazione di quel servizio agli operatori preposti. Mi pare eccessivo e inopportuno doversi accollare anche le attività proprie della cancelleria.

Qui per firmare la petizione: no alle copie di cortesia.

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