L’illegittimità dei contributi minimi. Il punto di vista sul sito di Cassa Forense

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Segnalo qui un interessante articolo, scritto da di Giovanni Cerri e Alessandro Di Battista, e pubblicato sul sito di Cassa Forense. Nell’articolo in questione viene proposto un ragionamento sul regime dei contributi minimi, anche alla luce della recente decisione del giudice del lavoro di Udine che ha rigettato la richiesta di un provvedimento ex-700 c.p.c. e della quale su Siamoavvocati ne dà notizia il collega Antonino Garifo.

Il ragionamento dei due commentatori è ineccepibile. Eppure ciononostante, mi sovviene un dubbio: ma il principio di solidarietà categoriale che il giudice evoca nella sentenza e che l’articolo ritiene decisivo, in che direzione dovrebbe andare? Da chi può effettivamente pagare, verso chi non può, oppure da chi non può, verso chi può? Leggendo la normativa previdenziale, l’impressione è che la direzione intrapresa sia, purtroppo, la seconda.

Vi propongo qua un estratto dell’articolo che potete leggere interamente sul sito di Cassa Forense:

Era inevitabile che alcuni avvocati, iscritti d’ufficio a Cassa Forense in ossequio al regolamento imposto alla Fondazione dall’art. 21 della legge n. 247/2012, ricorressero all’Autorità Giudiziaria. Le ragioni di doglianza sono le più variegate ma, in sintesi, viene contrastato il diritto di CF di reclamare prestazioni contributive non ancorate al reddito professionale in concreto locupletato; vengono evocate dai ricorrenti limitazioni all’esercizio di una professione liberale e, viepiù, è avversata la conseguenza che il mancato pagamento della contribuzione debba comportare la cancellazione dagli albi professionali.
Tra le prime decisioni di particolare interesse viene all’attenzione l’ordinanza 4 aprile 2015 del Giudice del Lavoro del Tribunale di Udine che ha giudicato il ricorso [1] di un avvocato recentemente iscritto d’ufficio da CF che, con la tutela ex art. 700 c.p.c., reclamava la sospensione cautelare della delibera della G.E. 28.11.2014 relativa alla sua iscrizione d’ufficio all’ente previdenziale che gli imponeva, peraltro, un obbligo contributivo in misura fissa minima per gli anni 2014 e 2015. Nel caso di specie il ricorrente ha ben illustrato i profili di illegittimità della delibera di iscrizione che si fondavano sulla violazione di principi costituzionali [2] e sovranazionali [3]che, però, alla prova dei fatti, non hanno soddisfatto il giudicante che, non solo, ha rigettato il ricorso cautelare per mancanza dei requisiti del fumus e del periculum ma si è anche misurato, nemmeno troppo incidentalmente, sul merito della pretesa riconoscendo legittima la previsione della prestazione contributiva minima approvata da CF con il regolamento ex art. 21 L. n. 247/2012 [4].
La Carta Costituzionale è stata il faro che ha guidato il Giudice del lavoro nel decidere il ricorso. Il Magistrato, con apprezzabile sintesi argomentativa, ha sicuramente fatto buon governo dei principi costituzionali soppesando sapientemente pesi e contrappesi legati agli interessi in discussione, alla norma giuridica ed alla realtà sociale.
Il Magistrato afferma la riconducibilità del sistema previdenziale forense alla solidarietà di categoria che ancora alla piena rispondenza dei principi fondamentali di cui all’art. 2 Cost. (adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà, politica, economica e sociale) e di quello etico-sociale di cui all’art. 38 Cost. (obbligatorietà della previdenza di primo pilastro).
Non secondario ed anzi sintomatico il richiamo alla sentenza della Corte Costituzionale n. 132/1984 che ritenne ravvisare nell’esercizio professionale una (pur minima) manifestazione di capacità contributiva e dunque, venendo alla stretta attualità, il Giudice friulano ritiene non possa dubitarsi della violazione dell’art. 53 Cost. attesa la limitata entità della prestazione contributiva richiesta all’iscritto. Aggiunge il Giudice che l’obbligo previdenziale non può essere considerato dalla legge un presupposto condizionante la legittimità dell’esercizio della professione quanto piuttosto la conseguenza del presupposto dell’imposizione contributiva che discende dal detto esercizio.

Un appunto. La Corte Costituzionale citata è piuttosto risalente. Non sfugge infatti che questa sentenza si riferisca a un sistema previdenziale completamente diverso, appartenente a  un’epoca nella quale l’iscrizione a Cassa Forense era subordinata al reddito, c’era il rimborso dei contributi e vigeva il retributivo puro. Come dice il collega Garifo, troppa acqua è passata sotto i ponti dagli anni ’80. Perciò ci auguriamo vivamente che i giudici che dovranno occuparsi in futuro della questione attualizzino il principio di solidarietà categoriale nella giusta direzione: da chi può verso chi non può. Nessuno dovrebbe rischiare di pagare più di quanto guadagna.

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