Libertà professionale addio? Una riflessione tra il preventivo obbligatorio e il socio di capitale

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lawyer-28838_640La scelta di esercitare la professione forense un tempo era dovuta al desiderio di svolgere un lavoro di libertà e prestigio. Soprattutto all’idea che si esercitava un ruolo fondamentale e determinante nella società, e che questo ruolo concretizzava la libertà del cittadino, di cui la libertà e l’indipendenza dell’avvocato non erano altro che il fulgido riflesso.

Tutto questo ormai è solo un ricordo. L’avvocato del ventunesimo secolo è un professionista in crisi d’identità: una figura a cavallo tra un dipendente pubblico precario e un imprenditore oberato dal fisco. Di entrambi raccoglie solo gli oneri. Non gode dei diritti e delle protezioni riconosciute ai lavoratori subordinati, ma non può determinare liberamente la propria attività professionale, essendo tenuto a una serie di obblighi e obbligazioni che ne contraggono la libertà e l’indipendenza, un tempo retaggio indiscusso dell’avvocato.

Oggi la figura del legale è la figura di un professionista disorientato che esercita una professione dilaniata da due forze formidabili non necessariamente opposte e anzi unite: il mercantilismo professionale, che vorrebbe una professione deprivata di qualsiasi vincolo deontologico e orientata al puro profitto, e un corporativismo d’elitè, che domina la società forense e tende a tutelare le proprie rendite di posizione. Il prodotto di questa unione è – appunto – la figura ibrida anzidetta, la quale depauperata di qualsiasi aspettativa o diritto (persino della libertà di poter decidere se installare un POS o rivolgersi a una previdenza alternativa alla cassa professionale), deve dimostrare di avere sufficienti “affari” e un’utenza telefonica a sé intestata per poter continuare a esercitare. Pena la cancellazione.

Parimenti però questa figura “moderna” di avvocato, orfana peraltro delle tariffe professionali (la madre di tutte le pseudo-liberalizzazioni), è lanciata verso il mercato, verso il profitto, il socio d’affari e la società di avvocati. Più che un professionista che rappresenta la più viva attuazione del diritto di difesa del cittadino, l’avvocato, in questa veste, assume il ruolo di un fabbricatore di (potenziali) utili, un mercante dei diritti che deve (non può!, deve!) persino offrire al proprio cliente il preventivo obbligatorio, patteggiando con lui il compenso professionale.

Questa, in sintesi, è la nuova “libertà” dell’avvocato oggi. Una libertà che gli attribuisce però solo due opzioni: o trasformarsi in un vero e propri imprenditore, rendendo la professione una perfetta macchina per fare business, oppure lasciare ad altri l’incombente, cercando di non compromettere quella visione ideale e forse persino un po’ romantica della professione forense. Tertium non datur. Egli, diversamente, non sarà (e non potrà essere) in grado di reggere i pesanti oneri e gli ostacoli che giorno dopo giorno, vengono frapposti – con le più svariate (e fantasiose) motivazioni – tra la sua legittima aspirazione a esercitare liberamente questa professione e il suo concreto esercizio.

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