La prima decisione di un Giudice del Lavoro in merito a un ricorso contro l’iscrizione a Cassa Forense

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In data 04/04/2015, il Tribunale di Udine, in funzione di Giudice del Lavoro, ha respinto il primo ricorso ex art 700 c.p.c. proposto contro l’iscrizione d’ufficio alla Cassa Forense. Rigetto ricorso ex art 700 c.p.c

Il decreto di rigetto del ricorso è essenzialmente basato su  due motivi:

1) “limitata entità della prestazione contributiva minima”
2) “riconducibilità del sistema previdenziale forense al principio solidaristico e la sua rispondenza agli artt. 2 e 38 Cost.”

Quanto al primo motivo è facile obiettare che il Giudice si sia fatto evidentemente fuorviare dalle “agevolazioni” (in base all’età e al reddito) applicate da Cassa Forense, che mantengono la contribuzione minima a circa €800,00 per i primi 6 anni e dal settimo all’ottavo anno a circa € 2.000,00.

Ma come sappiamo bene tali agevolazioni non solo comportano la riduzione dell’anno contributivo ma sono destinate a finire presto. Al termine dei primi otto anni d’iscrizione, si dovranno pagare circa € 4.000,00 di contributi minimi.

A meno che Cassa Forense non decida, come sembra che si appresti a fare, di estendere le agevolazioni per i sotto reddito anche oltre gli otto anni d’iscrizione.

Tuttavia anche in tal caso l’agevolazione comporterà la riduzione a metà dell’anno contributivo. Ciò perché come va dicendo spesso nei numerosi convegni ai quali partecipa il presidente Nunzio Luciano “chi versa meno avrà meno”.

Dunque chi pagherà meno avrà poco e niente, la qual cosa ci riporta alla seconda motivazione del decreto di rigetto e cioè il principio solidaristico del sistema previdenziale di Cassa Forense.

In merito pare che il Giudice si sia basato troppo sulla ormai datata sentenza della Corte Costituzionale n. 132 del 1984 e non si è curato affatto di vedere cosa è nel frattempo successo in questi ultimi 30 anni. Soprattutto il Giudice non ha considerato che nel 1984 l’iscrizione alla Cassa Forense avveniva al raggiungimento di determinati parametri di reddito minimo, sulla cui base erano calcolati i contributi minimi.

Infatti così argomentava all’epoca la Corte Costituzionale per sostenere l’esistenza del principio solidaristico nel sistema previdenziale forense:

In positivo é peraltro giustificato nell’ottica solidaristica: Porre la contribuzione (annua) a carico di tutti gli esercenti con continuità la professione e proporzionarla nella misura al reddito professionale (annuo), correlandola così alla capacità contributiva generica (desunta dall’esercizio professionale) e specifica (desunta dal reddito dichiarato ai fini dell’IRPEF), e non già ai benefici previdenziali conseguibili in futuro da ciascun esercente o gruppo di esercenti. E correlare invece tali benefici, nelle condizioni di acquisto, agli specifici fini previdenziali insindacabilmente assunti dal legislatore sulla base della valutazione dei presupposti e delle disponibilità finanziarie, e, nella misura, allo stato di bisogno

Ecco il punto, a causa dell’iscrizione obbligatoria a Cassa Forense a prescindere dal reddito percepito, i contributi minimi possono nella pratica essere totalmente non proporzionali alla “capacità contributiva generica (desunta dall’esercizio professionale) e specifica (desunta dal reddito dichiarato ai fini dell’IRPEF)”

Inoltre, nonostante il pagamento dei contributi minimi, v’è il rischio che la pensione non corrisponda allo “stato di bisogno”, come riconosciuto persino dai vertici di Cassa Forense.

Una più approfondita analisi dell’attuale sistema previdenziale di Cassa Forense avrebbe potuto mettere in dubbio l’esistenza effettiva del principio solidaristico.

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