Il parere del CNF sulla permanenza albo ex-art. 21 Legge Professionale

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Il Consiglio Nazionale Forense ha dato finalmente il parere sulla permanenza albo ex-art. 21, legge 247/2012. Diciamo che il parere lascia insoddisfatti. Partendo dal presupposto che questa norma non avrebbe mai dovuto essere concepita dal legislatore, è chiaro che la pezza che ha tentato di mettere il Consiglio Nazionale Forense è troppo piccola rispetto al danno che il comma 1 dell’art. 21 e il relativo regolamento rischiano di cagionare agli iscritti.

La libertà di esercitare la professione forense è una libertà che dovrebbe trovare il proprio limite nella sola iscrizione all’albo dopo aver superato positivamente l’esame di Stato. Ogni altro limite è contrario alla Costituzione ed è contrario ai principi di libertà e del libero mercato. Certamente, una norma e un regolamento che mirano a verificare se un avvocato eserciti o meno continuativamente, effettivamente, prevalentemente e abitualmente la professione non ha una sua ratio, se non si accetta l’idea che la norma in sé ha come obiettivo sfoltire gli albi professionali, garantendo così un restringimento dell’offerta legale ai pochi che possono permettersi la permanenza nell’albo medesimo in base ai requisiti previsti dal regolamento.

Il Consiglio Nazionale Forense ha cercato, con il suo parere, di rendere più morbido il regolamento. Ma è chiaro che non è un correttivo soddisfacente, benché sia degna di nota e di pregio la proposta di eliminare dai requisiti che presumono l’esercizio ex-art. 21, comma 1, legge professionale, il pagamento dei contributi previdenziali e di iscrizione annuale ai COA, poiché – secondo il CNF – il mancato pagamento dei medesimi è già sanzionato dalla legge professionale e dal codice deontologico con una sanzione meno grave. Ragionamento corretto e condivisibile – per carità! – che però il CNF non ha fatto suo per i requisiti della formazione professionale e della polizza assicurativa per la Responsabilità Civile, nonostante la loro mancanza comporti comunque sanzioni a livello normativo e deontologico.

Rammarica poi il fatto che il CNF non abbia chiesto un chiarimento su cosa si debba intendere per “locali destinati all’esercizio della professione“. Infatti, la norma regolamentare si presta evidentemente a una interpretazione ambigua, poiché non è ben chiaro se i predetti locali possano essere o meno adibiti presso la propria abitazione. Più o meno lo stesso ragionamento si può fare per quanto riguarda l’utenza telefonica. Si richiede un’utenza telefonica fissa, o basta quella mobile? Così pure permangono i dubbi su cosa si debba intendere per “cinque affari annui” (stragiudiziale, giudiziale o entrambi?) e se questi possano rimandare ad affari avviati negli anni precedenti, o debbano essere nuovi ogni anno.

Il CNF interviene poi sull’art. 3, ridisegnando la procedura di accertamento della mancanza dei requisiti e assegnando ai COA, su richiesta dell’interessato, la possibilità di dare un termine dai 2 ai 4 mesi all’interessato affinché recuperi i requisiti mancanti. Il recupero definirà positivamente l’accertamento. In ogni caso, la mancata impugnazione del provvedimento di cancellazione al CNF o il rigetto da parte del CNF dell’impugnazione medesima determinerà l’esecutività del provvedimento.

Peraltro, non è di poco conto che l’art. 4 comma 2, del regolamento disponga la sospensione-cancellazione dall’albo per un periodo di un anno, quando mancano i requisiti dei cinque affari annui e dei crediti per la formazione professionale. Infatti, la mancanza dei cinque affari annui e/o la mancanza dei crediti professionali, comporta la possibilità per l’avvocato cancellato di essere reiscritto dopo un anno da quando il provvedimento di cancellazione diventa esecutivo, senza obbligo di dimostrare la sussistenza dei requisiti previsti dalla lettera c) ed e) dell’art. 2 del regolamento. La norma appare così palesemente sanzionatoria.

Tutto ciò conforta le pesanti perplessità in ordine alla legittimità dell’attuale normativa sulla permanenza albo e del relativo regolamento, il quale, peraltro, designa i COA e il CNF quali giudici speciali, unicamente competenti per la cancellazione dall’albo in mancanza dei requisiti ex-art. 21. E non possiamo non ricordare a tal proposito che la nostra Costituzione vieta l’istituzione di giudici speciali, a maggior ragione quando questi vengono istituiti tramite il regolamento attuativo di una legge, che è fonte secondaria.

Leggi il parere del CNF sul regolamento ex-art. 21, comma 1, L.P.

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