Cassazione. L’ente per il quale l’avvocato lavora deve pagargli l’iscrizione annuale all’albo

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Gli avvocati che esercitano l’attività forense in via esclusiva a favore di un ente pubblico, diventando di fatto “dipendenti” del medesimo, hanno il diritto a che l’ente per cui lavorano paghi in vece loro il contributo annuale di iscrizione all’albo speciale in cui sono iscritti.

Lo afferma la Corte di Cassazione con la sentenza n. 7776/2015, del 16 aprile. Secondo i giudici di legittimità al rapporto tra l’avvocato e l’ente pubblico si applicano in questo caso le norme del codice civile sul mandato (art. 1719 c.c.), secondo il quale il mandante deve tenere indenne il mandatario per tutte le spese sostenute per l’espletamento dell’incarico.

Nel caso di specie, l’INPS è stato condannato a rimborsare all’avvocato, suo ex-dipendente, tutti i contributi versati dal medesimo durante il periodo in cui esercitava la professione per conto dell’ente previdenziale.

La sentenza della Corte di Cassazione disattende quanto affermato dalla giurisprudenza della Corte dei Conti (Corte Conti, sez. controllo Toscana, n. 11 del 2008; Corte Conti, sez. controllo Puglia, n. 29 del 2008; Corte Conti, sez. controllo Veneto, n. 128 del 2008), secondo la quale l’obbligo di corresponsione della tassa per l’iscrizione è strettamente personale, essendo legato all’integrazione del requisito professionale necessario per svolgere il rapporto con l’ente pubblico, e conferma invece la giurisprudenza del Consiglio di Stato, che investito sulle medesime questioni, ha ritenuto fondata la doglianza (v. la sent. n. 03673/2014 e la n. 678/10).

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