Cassazione. Avvocato “dipendente” non ha diritto al compenso professionale se…

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La Cassazione interviene su un caso particolare: un avvocato iscritto all’albo, dipendente della Regione, che patrocina cause per l’ente di cui è dipendente, nonostante il suo inquadramento fosse quello amministrativo e non legale, in base a delle procure ad litem di volta in volta rilasciategli tramite delibera. L’avvocato, per le cause anzidette, chiede il compenso (professionale), ma la Regione glielo rifiuta, motivando che la prestazione di assistenza legale era ricompresa nel rapporto di pubblico impiego.

Ebbene, dopo una complessa vicenda giudiziaria, la Cassazione, facendo sue le motivazioni della Corte d’Appello, che annullava il rapporto “para-subordinato” tra l’avvocato e l’ente, per evidente incompatibilità tra l’esercizio della professione forense e le mansioni inerenti il pubblico impiego, ha chiarito che ai fini di una corretta instaurazione del rapporto, semmai “occorreva, c.d. substantiam, la forma scritta del contratto di lavoro para-subordinato con la Regione, avente ad oggetto la prestazione di servizi, da parte del dipendente dell’ente pubblico territoriale con funzioni amministrative, di assistenza e rappresenta in giudizio; forma che non poteva essere surrogata da quella dei singoli atti di esecuzione, consistenti nel conferimento, di volta in volta, delle procure alle liti.

Di conseguenza, la Corte di Cassazione, ha rigettato il ricorso del ricorrente.

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