Cassa Forense. Ecco perché i minimi previdenziali obbligatori sono incostituzionali

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cassa_forenseDa qualche giorno a circa centomila avvocati è arrivata la PEC con la quale Cassa Forense annuncia l’iscrizione coatta all’omonimo istituto previdenziale, in ottemperanza dell’art. 21 della legge professionale. Una vera e propria doccia fredda prima delle festività natalizie che avrà certamente rovinato il clima festoso di tanti colleghi.

La contribuzione minima quale “tassa” per l’esercizio della professione

E’ indubbio che, nel momento in cui il legislatore impone una contribuzione minima obbligatoria slegata dal reddito, più che di un contributo previdenziale si potrebbe parlare di una tassa. Perché tassa? Semplicemente perché – secondo gli insegnamenti di diritto tributario – la tassa è un importo che si paga per ottenere un preciso servizio o un beneficio, mentre l’imposta è un tributo dovuto allo Stato per il suo autofinanziamento e non è legato a uno specifico servizio o a un beneficio.

Ebbene, se trattasi di tassa, il beneficio è appunto la continuazione dell’attività legale, essendo chiaramente marginale il beneficio previdenziale, visto che le agevolazioni contributive previste dal regolamento per i primi otto anni praticamente riconoscono solo sei mesi di anzianità contributiva per anno. Chi non riesce a pagare, è in fatti costretto (volente o nolente) a cancellarsi dall’albo per evitare l’iscrizione a ruolo del debito previdenziale, non essendo previste altre alternative, e chi paga, si vedrà riconosciuta solo la metà dei contributi.

Lo scarso peso delle agevolazioni

Che le agevolazioni previste dal regolamento attuativo dell’art. 21 l.p. poi abbiano scarso peso non vi è quasi alcun dubbio. Potrebbero essere considerate “illusorie”. Perché, come accennato poco più su, le agevolazioni contributive vengono pienamente annullate dal mancato riconoscimento di sei mesi di contribuzione all’anno. Il che mi fa porre una domanda: quale senso mai può avere riconoscere ai contribuenti avvocati con un reddito sotto i 10 mila euro, le agevolazioni previste dall’art. 7 e 9 del regolamento, sul presupposto della carenza di reddito, e poi dire agli stessi: se usufruisci delle agevolazioni avrai solo un riconoscimento parziale dei contributi previdenziali annuali?

Chiaramente così si vanifica l’agevolazione, e certo non si può affermare comunque che chi desidera il riconoscimento pieno dei contributi, potrà sempre versare la differenza. Perché in questo caso, torneremmo punto e a capo. Pagare un contributo che erode una buona parte del reddito annuo, se non addirittura l’intero reddito.

Da qui le forti critiche al sistema congegnato, che pregiudica la solidarietà nei confronti degli strati più deboli della professione. Ciò che è uscito dalla porta, la professione legata ai parametri reddituali, è di fatto rientrato dalla finestra tramite i contributi minimi obbligatori, slegati dal reddito.

Una possibile discriminazione contributiva

Potremmo essere davanti a una vera e propria discriminazione contributiva. Chi ha un reddito basso deve pagare un importo fisso, non legato al proprio reddito, salvo poi ottenere – nel caso in cui intenda usufruire per i primi otto anni delle cosiddette agevolazioni – un riconoscimento contributivo pari alla metà di quello annuo. Chi ha un reddito alto, paga invece l’intero importo, proporzionalmente al reddito, con pieno riconoscimento dei contributi previdenziali annuali.

Discriminazione? Disparità di trattamento? Quel che è certo è che la norma presenta profili di incostituzionalità che mettono in discussione la legittimità del regolamento attuativo. Del resto, ciò che viene agevolato da una parte, viene tolto dall’altra e costringe gli avvocati che non possono pagare a cancellarsi dall’albo professionale.

Naturalmente, nonostante ciò, resta un punto fermo: Cassa Forense aveva l’obbligo di applicare la normativa in questione e stabilire il contributo minimo soggettivo.

Conclusioni

Riassumendo, l’art. 21 e il suo regolamento sono palesemente iniqui, e lo sono sotto diversi profili. In sintesi:

Primo. I contributi minimi obbligatori slegati completamente da qualsiasi parametro reddituale sono palesemente in contrasto con l’art. 53 della costituzione, che sancisce il principio della progressività contributiva.

Secondo. I contributi minimi obbligatori sono violativi dell’art. 3 della costituzione, perché creano discriminazione tra coloro i quali hanno un reddito superiore ai 10 mila euro e coloro che hanno un reddito inferiore a tale soglia. I primi, infatti, pagano in base al reddito, con il pieno riconoscimento dei contributi previdenziali annuali. I secondi, invece, avendo un reddito inferiore ai 10 mila euro, non solo pagano in misura fissa, ma essendo pure costretti – per via del reddito – a usufruire delle agevolazioni previste dal regolamento, hanno il riconoscimento pari alla metà dei contributi annuali versati.

Terzo. La normativa in questione viola il principio costituzionale della libertà delle professioni intellettuali (art. 33 Cost.), che subordina l’esercizio delle stesse al superamento dell’esame di Stato, senza alcun altro vincolo o parametro, tanto meno reddituale. I contributi minimi obbligatori costringono gli avvocati, con un reddito sotto la soglia prevista, alla cancellazione dall’albo e dunque inibiscono l’esercizio libero della professione forense, sia nell’immediato, e cioè nel caso in cui si decida di non usufruire delle agevolazioni previste dal regolamento e si opti per l’immediata cancellazione, e sia nel lungo periodo, quando – terminate le agevolazioni – chi non ha raggiunto una soglia di reddito sufficiente sarà comunque costretto a pagare i pieni contributi previdenziali, che in alcuni casi potrebbero persino superare la soglia di reddito dichiarata, costringendo così l’avvocato a cancellarsi comunque, rendendo persino vani e del tutto inutili i contributi faticosamente versati fino a quel momento.

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2 opinioni su “Cassa Forense. Ecco perché i minimi previdenziali obbligatori sono incostituzionali” ↓

Reazioni: 2 commenti e 0 pings per questo articolo

  1. di timosina /

    Stesso problema c’è da sempre per i medici veterinari. Non conosco la situazione degli iscritti obbligati alle altre Casse previdenziali professionali ma sospetto che lo stesso sistema sia diffuso, una eccezione di costituzionalità riguarderebbe molte di loro. Io non potendomi permettere di aprire una mia struttura (i costi per noi sono piuttosto elevati) mi devo iscrivere per fare sostituzioni ai colleghi, poi finito il periodo concordato – di solito al massimo qualche mese – dovrei cancellarmi dall’Albo per poi riiscrivermi e aprire un’altra P.IVA qualora trovassi ancora lavoro per un altro periodo; se rimango iscritta automaticamente sono obbligata a pagare i contributi minimi indipendentemente da quanto e se ho guadagnato. La beffa è che se non sei iscritto nessuno prende in considerazione la tua candidatura, perciò il circolo vizioso si chiude.
    Un ricorso collettivo penso che troverebbe molti sostenitori tra i “diseredati” delle professioni.

    1. Antonino Garifodi Antonino Garifo /

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