L’avvocatura: una categoria in coma profondo. Il punto

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avvocatura-avvocatiSappiamo perfettamente che la professione di avvocato non è come una qualsiasi altra libera professione, e non lo è perché il ruolo dell’avvocato nell’economia processuale è fondamentale ed è strumento di attuazione dell’irrinunciabile principio della corretta e imparziale somministrazione della giustizia. Eppure, nonostante (o a causa di) questa consapevolezza, presente a ogni livello, da anni ormai si assiste a una demolizione impietosa dell’avvocatura, e tutto – immancabilmente – in nome del libero mercato e della cosiddetta concorrenza.

La domanda a questo punto è spontanea: vi può essere realmente realizzazione della concorrenza e del libero mercato, e dunque perseguimento del puro profitto, in un ambito, quale quello della giustizia, la quale ha come scopo non certo quello di incentivare i redditi, bensì di riconoscere tutela giuridica ai cittadini?

E’ indubbio che l’avvocato non eserciti la professione solo per la gloria e per il nobile spirito di altruismo e dedizione al prossimo, quanto anche per vivere dignitosamente. Sotto questo profilo, la professione forense merita di essere retribuita in ragione dell’alta funzione che svolge. Ma è anche vero che questa ragione non può essere adotta come giustificazione alla sua demolizione e alla sua degradazione a lavoro/ruolo sostituibile o addirittura rinunciabile da parte del cittadino, poiché quest’ultimo, così facendo, rischia di ritrovarsi privo della reale possibilità di vedersi tutelato nei suoi diritti.

Eppure, l’impressione è che tra gli obiettivi dell’attuale classe politica, vi sia proprio questo: rendere l’avvocato una figura non più essenziale nella giustizia, bensì eventuale. Se ne depotenzia il valore e il ruolo, rendendolo addirittura marginale. Le riforme degli ultimi anni sono andate – non certo casualmente – in questa direzione, creando uno sfacelo non indifferente; una decadenza della classe forense senza eguali. E ciò è stato fatto – ancora non certo per caso – proprio in un momento di estrema debolezza dell’economia italiana, che ha colpito l’avvocatura non meno delle altre categorie professionali (anzi, per certi versi, di più).

L’abolizione dei minimi tariffari ne sono un esempio, avendo privato l’avvocatura del diritto di richiedere un compenso dignitoso e proporzionato al lavoro svolto. Con la scusa della libera concorrenza, la nobile professione è stata data in pasto ai grandi potentati commerciali, alle banche e a chi ha un potere contrattuale decisamente superiore a quello di un libero professionista, costringendo l’avvocato a “contrattare” un compenso (frequentemente al di sotto di un minimo dignitoso) pur di lavorare. La qualità della prestazione si è così abbassata e ha aperto il “settore” agli improvvisati del diritto, agli avvocati part-time e alle consulenze para-giuridiche.

Erosione del mercato, dequalificazione professionale, degrado reddituale, crollo della professione. Certo è che l’abolizione dei minimi – come spesso si è osservato in questo blog – è solo uno dei molteplici aspetti della evidente demolizione della professione. Il blasone ormai è sbiadito anche a causa delle “vergognose” riforme della legge professionale, il cui scopo neanche tanto nascosto, è quello di ridurre il numero dei “concorrenti” (considerati sempre troppi, il che è un paradosso per chi predica il libero mercato), in favore di chi ha già una certa rendita di posizione professionale. Ecco dunque che gli interventi legislativi vanno a colpire i più giovani, gli avvocati che stanno iniziando la carriera, frapponendo tra loro e la realizzazione professionale incomprensibili e assurdi ostacoli reddituali o burocratici; spesso oggettivamente insormontabili, come l’obbligo di pagarsi una previdenza che non possono permettersi per reddito.

L’avvocatura è oggi una categoria in coma profondo, priva di tutele e protezioni specifiche (cancellate completamente), data in pasto ai “talebani” del neoliberismo globalista e ai fiancheggiatori delle oligarchie finanziarie europeiste, che non amano notoriamente i diritti, né gli strumenti approntati dagli Stati costituzionali, per difenderli. Del resto, il concetto è chiaro: se non possono essere negati tout court i diritti dei cittadini, facciamo in modo che sia più difficile tutelarli e affermarli. E demolire la professione forense è un buon punto di partenza, seppure non sia l’unico. Lo abbiamo potuto constatare tristemente nelle recenti riforme del processo civile, nella introduzione di dubbi istituti come mediazione e negoziazione, e possiamo ancora constatarlo nell’imminente riforma del processo penale, che mira – tra l’altro – ad allungare i tempi di prescrizione dei reati, in favore della lentezza giudiziaria, che pagheranno i cittadini e naturalmente gli avvocati.

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